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lunedì, 07 gennaio 2008
Se non lo scrivo adesso...

E' il momento, il momento romano passato a vedere quello che di solito non si vede della Roma che si vive, quello che rimane più in là dimenticato, sovrapposto, sfocato. Un insieme di voci e colori donne e uomini, fumo, birra e quello che forse non sappiamo neanche bene. L' umidità ci tocca le labbra e ci bagnerà le coperte, mentre penseremo a quando sarà possibile passare di nuovo per il muro torto e vedere l' acquila fascista del ministero della difesa. Il Tevere sonnecchia lento e passa sotto senza fretta, in attesa di tempi migliori, in attesa della "plage", del profumo dell' estate che farà rivirere ciò che oggi sembra essere perduto.
Mi guardo fuori dal locale e vedo tutta quella bellezza italiana, da nord a sud, un poco di Francia e qualche cosa d' altro. Lascio scivolare piano le idee mentre la birra mi casca dal bicchiere, vedo quelle scarpe azzure su calze nere pesanti e si creano le fantasie, mentre lei sorride con quei capelli rossi su quella fronte alta pensando sicuramente a quanto noi biellesi siamo lontani, freddi e teneri nel nostro imitare l' accento locale. Ci sono tutti, i ragazzi intorno al calcio balilla a giocare, Manù al tavolo che serve, Nick al mixer che provoca emozioni, Valerio, Michele, Beatrice, siamo ancora freschi, nell' aria, la notte romana ci tiene e ci culla nei nostri deliri e nella nostra musica che speriamo poter ancora sfregare violentemente sui muri dei locali... della città... del nostro amore...

Postato da: FrankMolise a 23:35 | link | commenti (5)

mercoledì, 26 dicembre 2007
Sciolievolezza insipida


Un paio di vecchie scarpe da guardare, seduto vicino alla finestra comunicante che dava sul balcone, schiena al muro ed una birra in mano, presa per il collo, a guardare fisso verso la siepe, sapendo che tu mi sei appena dietro e che tra poco non ci conosceremo più, che tristezza acconsentita, concessa, usata. Ti sento muoverti con gli zoccoli che ti ho preso al mercato, ci siamo fatti una risata, avrei voluto baciarti tra quelle cento persone e assaporare di nuovo quel gusto di sensi che mi offriva la tua bocca, ma non è successo, ci siamo baciati dopo, nel parcheggio, ma era come se ti avessi già baciato un' infinità di volte... dammi ancora un bacio... ancora uno... forse cambia... no... non è cambiato niente, ti lascio la mia birra non finita e la tessera del tram, andrò a piedi verso l' albergo, senza pensarti...

Postato da: FrankMolise a 01:05 | link | commenti

martedì, 04 settembre 2007
Riaspettando aprile

Abioccato di nuovo sul tavolo a sognare, braccia intorpidite e mani da non sentirle più, gli occhi si attaccano alle lenti non secche ma troppo usate e che ti stanno per fare male. La televisione da ormai programmi delle ore perse che inseguono immagini poco chiare sulla scia di qualche trasmissione scartata, silenzio, la luce della cucina, i cani che abbaiano di lontano e qualche frenata d' auto al semaforo. Vedo di nuovo quella finestra lunga, che dà sul rivolo, proprio di fronte, il profumo di cannella e la tenda rossa quasi dipinta, un posto da qui lontano ma come se fosse sempre stato conosciuto, un posto disegnato bene, che sta bene nella storia in cui è stato creato, ma non aggiungo altro, non vorrei inciampare, non vorrei sbucciarmi, ci soffierei poi sopra e tutto sparirebbe, basta tenerlo così, in un angolo abbastanza ampio della memoria e sperare di riuscire a conservarlo bene, ricordando di tanto in tanto. I suoni della musica sulla strada, le parole scambiate, i profumi, gli odori e certe abitudini che non ricordavo più da anni, che ritornavano di colpo a farmi visita. Tutto questo mi ha creato un sorriso inebetito, in cui sono stato bene, una giornata in cui ho vissuto il gusto dei giorni prima, stando dentro di me, riuscendo a ricreare certe magie, alla fine di un' estate, che fa il dispetto di averti avvertito un pò troppo in là.

Postato da: FrankMolise a 21:47 | link | commenti (1)

domenica, 22 luglio 2007
.--.--.--.

Era come se niente fosse più reale, sentivo solo più la musica di Monk in sottofondo, ma era come se fosse lì, dietro di me, quasi potevo accarezzare i tasti del piano, passare con brusco movimento da quelli neri a quelli bianchi, cadendo a peso morto e creando suoni continui che tessevano perfettamente la trama jazz che passava nell' aria. Ero fatto completamente, mezzo storto sulla sedia, davanti al mio portatile, mentre cercavo di scrivere le ultime righe di quello che voleva essere il secondo capitolo del mio romanzo, ma non riuscivo a trovare lo spunto giusto. Feci per alzarmi e fuori dalla finestra era un brulicare di corpi, non sembravano umani, erano quasi liquidi ed andavano furiosamente come alla ricerca di qualcosa... forse stavano cercando me... forse era tutto stato creato da una cospirazione, forse aveva ragione D. Icke, il controllo globale poteva essere già arrivato qua, pensavo di essere lontano, pensavo che in questa zona fosse impossibile trovarmi, non era così... probabilmente, Monk continuava a martellare in libertà, mentre io mi sentivo ormai prigioniero, ammanettato, potevo sentire i loro passi veloci sulle scale, il loro chiacchierare fuori dalla porta, i bisbigli, le loro mani verdi che sfioravano nervosamente la maniglia e facevano per entrare. Come potevano avere capito che ero lì? Doveva essere colpa del mio portatile, forse dentro c'era una cimice, forse chi me lo aveva venduto già sapeva, ma non avevo voglia di pensare, ero sudato, madido, avevo la camicia che mi si appiccicava addosso, aveva ancora il tuo profumo. Sentivo il rumore del nylon delle tue calze, due sere fa, su al motel, quelle belle calze nere, con la riga che correva lungo il polpaccio, così tornito e solido, io mi ci aggrappavo a quelle gambe, avrei voluto mangiarle per renderle più mie, sentivo ancora le tue risate e l' odore dello shampoo dei tuoi capelli, fruttati, sciolti e cadenti su quella schiena così scolpita... Ma loro erano lì ora e tu non c'eri, potevo solo correre e scappare, giù dalla scala antincendio fuori dalla finestra, avevo ancora con me la pistola, potevo farne fuori qualcuno, ma ero ancora troppo sballato, sentivo girare tutto intorno ed ero già caduto più volte, con il solo vantaggio di essermi tagliato sul gomito. Il loro puzzo, il loro respiro era sempre più forte, avrei voluto averti vicino per giocare ancora una volta con te con i colori, per dimenticarmi il perchè ero finito lì, per sapere che forse eri ancora viva... ma avevo solo più me stesso, dovevo cercare di salvarmi, quel tatuaggio sul corpo a forma di forbice, non me l' ero fatto io, dovevano forse avermi già portato nella stanza tagliata, quando dormivo e sognavo quel cavallo fuori dalla mia porta... Mi avevano stordito con la loro bevanda succosa e grumosa, mi avevano fottuto... ero fottuto... Mi ricordai però di avere ancora quel registratore in tasca, forse sarei riuscito a spaventarli se avessi registrato di nuovo quei versi... loro potevano sentirli, avrei potuto fare in modo che gli saltassero i timpani, se ce li avevano sotto quella pelle piena di umore... Le mani mi tremavano, corsi allo specchio e capii... stavo trasformando la mia faccia, l' avevo deciso la sera prima, quando parlavo con il cambogiano al bar, me l' aveva detto lui, per la sicurezza globale, vedevo dei peli duri e irti che stavano tagliando la mia pelle, sanguinavo e non potevo farci niente... la mutazione era iniziata.

Postato da: FrankMolise a 01:42 | link | commenti (2)

giovedì, 19 luglio 2007
Libro

Un libro sui miei ultimi anni deliranti... Potrebbe essere interessante, non troppo, come una rivista che sfogli sopra la tazza del cesso e ti appresti ad accomodare sul davanzalino della finestra posta accanto, soddisfatto di non avere perso troppo tempo, orgoglioso del tuo quasi non-ozio. Un libro su Biella, questa cazzo di provincia così isolata, indecisa, insofferente, inanimata, che crede ancora che il tessile, sua rovina, possa portare speranze e vantaggi. A guardare bene ciò che ho intorno direi che è come non essersi mai mossi, mai spostati, si vive in quella sorta di situazione paratemporale, dove ti accorgi che alla festa del paese vanno ancora per la maggiore i pettegolezzi ed il ritmo del valzer. Scossi appena dall' enorme crollo economico che ci avvolge, provincia ignorante e troppo orgogliosa per dire che la situazione è esanime. Un bel libro su tutte le persone che passano davanti a casa mia... ma sì... raccontare tutte le loro vite, in un attimo, in un passaggio, per riuscire a vagliare qualcosa di decente, di curioso, talentuoso. In questo caldo appiccicoso anche le idee faticano a prendere aria e rimangono tutte schicciate sotto un cumulo di sudore, senza possibilità di ripresa, immobili a guardarmi, come a chiedere aiuto. Un libro su tutto quello che ho fatto di giusto in questi ultimi quattro mesi, e di cose ce ne sono state parecchie... Una classifica che determini la cosa più sensata che ho fatto, il passaggio chiave che mi porterà dieci centimetri più in là di dove sono, verso chissà cosa, senza un arrivo preciso, giusto più in là, per sentirsi in movimento. In questo film è come stare seduto ed aspettare quel qualcosa che non arriva e, se ci mette troppo tempo, capisci che il film è lento e che allora può ambire al massimo a due stelle (di critica) e due stelle, esagerando, (di pubblico). Lo capivi già dal manifesto fuori che la pellicola non poteva essere interessante, ma forse è un passo falso, come Human Nature di Gondry, o come le "Cinque variazioni" di Lars Von Trier, ma sei già entrato, speri solo di trovare qualche schifezza dolce da mangiare.

Postato da: FrankMolise a 15:53 | link | commenti (3)

giovedì, 28 giugno 2007
A spotless mind

Abbondantemente dimenticata, dolorosamente dimenticata, in tutto me stesso, negli odori che mi passavano sotto il naso, nei sorrisi della gente, negli occhi delle altre ragazze, eri andata via, quasi completamente sfumavi sotto i fili dell' erba sulla quale eravamo stati seduti. Mi ricordo a malapena gli interni della tua macchina, il tuo fiore sulla cappelliera, e quel profumo che la attraversava, le canzoni che uscivano dalla tua autoradio così giuste per te, ti si vestivano addosso come un abito da sera, fatto esculsivamente per te, unico. Sai una cosa? Io mi sono sempre odiato per non essere mai riuscito ad aprirmi con te, mentre tu mi facevi sapere tutto dei tuoi anni passati io, come dicevi tu, ero chiuso e non facevo che creare ed ampliare le distanze. Se dovessi capire perchè ci siamo lasciati posso dire che la mia parte l' ho fatta ed è stata grande, soprattutto quell' ultima sera, non parlandoti ma rimanendo così, all' angolo, isolato, sapendo che quello che stavo facendo era l' unica cosa che potessi fare perchè non mi davo altre possibilità e non ne volevo altre, e così è stato, semplice risalire nella mia macchina, semplice mettere la prima e ripartire, semplice pensare che non c'era soluzione più semplice, così è stato. Ma è inutile, il ricordo non si è ancora completamente scrostato e mi rimane appeso, ridotto, minuscolo ma appeso. Vorrei essere seduto in quel punto che tante volte ho immaginato e che poche volte ho trovato nella mia vita, vorrei stare lì ed aspettare che qualche tuo ricordo torni a fiorire, con dolcezza, come dicevi ancora tu. Ed anche questo che sto facendo ora sarà un ricordo della tua persona, perchè in ogni caso è come se adesso avessi aperto quella valigia che da tempo non toccavo più e, disordinatamente, fossero tornati fuori i disegni di quei momenti, in carboncino e pastello, come penso li avresti voluti disegnare tu.

Postato da: FrankMolise a 16:56 | link | commenti

lunedì, 04 giugno 2007
Taxi 004

Mi mancava il fiato ed il senso delle cose, in questa nuova città dove avevo deciso di fare il tassista per tirare avanti, un pò più in là, per non sentire il peso di essere classificato come disoccupato, come inutile perdente... Il viavai di persone che entravano nella mia macchina bianca (peccato... sarebbe stato meglio gialla... più da fumetto) avevano tutti le stesse facce, gli stessi abiti grigi, lo stesso chiasso silenzioso addosso. Guidavo sempre con lo stuzzicadenti in bocca, non potevo fumare e m' innervosiva, non capivo me stesso, figuriamoci le leggi... Il tassametro va avanti, sono le undici di sera, un trio mi salta dentro chiedendomi di portarli al porto... uno peggio dell' altro. Quello di destra è un ragazzo sui trent'anni con dello strass sotto gli occhi, totalmente in botta, biascicante un ennesimo sballo, quello di sinistra un ragazzo di colore, con un collo taurino ed una catena d'oro che cade sulle spalle, esagerata, luccicante. Il tipo in mezzo ha un tatuaggio sulla faccia, come una stella, mi dice che sono appena stati ad una festa, mi dice che me lo sta dicendo perchè vuole parlare, mi dice che non sono cazzi miei. Lo guardo dallo specchietto, con noncuranza e distrattamente sputo lo stuzzicadenti sul tappetino della mia Renault, che chiede di cambiare la marcia, in preda ad un' asma di insopportabile meccanicità. Il trio scende e mi danno più soldi del dovuto, non vogliono il resto, forse al contrario di me non sanno come disfarsi del denaro di troppo. Mi risistemo sul sedile e riparto per il centro di Buenos Aires, pensando che forse anche domani riuscirò a dimenticare gli ultimi quattro anni, la vita che mi passava accanto, il ricordo di quella voce. Inchiodo di colpo... In mezzo alla strada due puttane, una per terra che non smette di ridere, quasi pazza... Si alza, viene vicino al finestrino e mi scoppia a ridere in faccia di nuovo... Aveva dei denti bellissimi...

Postato da: FrankMolise a 12:34 | link | commenti (2)

lunedì, 09 aprile 2007
Elena

Nata in Romania, in un piccolo paesino, sono riuscita a sfuggire alla povertà terribile e riesco a vivere  accettabilmente. Lavoro in una fabbrica italiana, si tratta di filato per i tessuti, il mio compito è seguire una dipanatrice, ci sono delle rocche che si formano ed io devo stare attenta che il filo non si rompa mai. Non è un gran lavoro ma mi permette di vivere e sono riuscita a prenderci abbastanza la mano; so che l' azienda di cui sono dipendente si è spostata dall' Italia e si è trasferita qua perchè noi costiamo meno e loro se lo possono permettere. Così per i nostri posti di lavoro ne sono venuti a mancare molti di più nel "paese del sole", ma ho già sentito voci che parlano di dieci anni e non di più, l' imprenditore arriverà al suo guadagno e poi chiuderà anche qua. Il capo reparto italiano è molto simpatico, mi chiama "mingherlina" perchè dice che sono piccola e quasi sparisco, a me piace quel termine ed ogni tanto quando torno la sera me lo ripeto nella testa ridendo. Magari quando arrivo a casa ci penso ancora e rido di nuovo, quella parola mi sembra una moneta che mi passa tra le dita e fa un suono, ogni tanto mi immagino di farla muovere nella mia mano, mi sembra di vederla, alle volte mi addormento sul tavolo della cucina così e mi sveglio di notte senza più una luce. Vivo da sola nella casa che era dei miei, ora che non ci sono più mi sembra pure grande anche se è un piccolo cubo con quattro stanze. Ogni giorno prego il mio Dio e gli chiedo un qualcosa di nuovo, un qualcosa che non so neanche io, non m' importa di capirlo basta che arrivi, qualche volta sento che succede un piccolo mutamento allora sorrido e penso che è uno dei piccoli mattoni che costruiscono la mia incerta richiesta. Oggi è sabato e sono riuscita a fare una gita con una mia amica, un grande sole mi ha fatto la faccia rossa, muovo le labbra e mi sembra quasi di romperle, le sento calde, sanno di terra. Credo che prima o poi mi dovrò decidere a cambiare la mia vita, spostarmi, riorganizzarmi, diventare forse una moglie, le solite cose del mondo. Ma la prima cosa sarà comunque cambiare il lavoro e non ne ho voglia, non voglio prendermi anche questo impegno, vorrei che tutto rimanesse così, che il mio sogno incerto si costruisse poco a poco permettendomi di capire qual'è la giusta e lenta direzione. So già dentro di me che questo sarà quasi sicuramente impossibile e che la cosa migliore sarà darmi una mossa, lo so, non ci vuol molto a capirlo, ma ora mi voglio gustare la mia pelle bruciata in questa giornata che passa e non mi chiede il conto.

Postato da: FrankMolise a 21:09 | link | commenti (3)

giovedì, 29 marzo 2007
Bidibi Bodibi Bù

Stavo attaccato al muro, quasi a tenerlo su, ma era lui che teneva su me, la sigaretta in una mano e nell' altra la bottiglia di birra, avevo veramente il cervello in pappa e pensavo che quel sole che mi stava picchiando sulla testa fosse l' ultimo di una vita così sporca e priva di dignità, un elemento che mi mancava da sempre, non mi era mai appartenuto. Il culo a prendere aria con le brache rotte e puzzolenti da cui uscivano un paio di boxer sporchi che facevano capolino salutando la gente che passava. Avevo gli occhi semichiusi e sapevo che la gente mi guardava e provava schifo ma non me ne importava un cazzo perchè tanto io ero sempre stato così: stupido e stronzo. Alla fine cercai di rialzarmi comunque preso non so da quale impeto, da quale voglia o meta. Avevo la pancia gonfia di alcool e la camicia unta stava a malapena chiusa mentre cercavo con foga di trovare un appoggio perchè le gambe non mi aiutavano a trovare stabilità anzi mi suggerivano qualche passo azzardato di danza ed io non potevo fare che seguirle in un disperato bisogno di trovare un puntello. Fine della corsa, un bel palo della luce che mi teneva su, ed io ad abbraciarlo come fosse la donna più bella e burrosa del pianeta, mi veniva voglia di dirle: "Ciao bella troia, andiamo a farci una scopata?". Mi sganciai e con tutta la volontà che un uomo ubriaco marcio sulla quarantina poteva trovare, mi diressi verso casa, se si poteva ancora chiamare così, camminando vidi pure Nina, era da un pò che non la incontravo più, doveva essere fatta persa perchè quando la salutai mi sputò sulle scarpe, va bè tanto dovevano essere ripulite... A casa ci arrivai ma mi addormentai sulle scale fuori dal cancelletto, mi ricordo solo che c'era una donna con un accento dell' est che mi chiedeva se ero morto... Ma che cazzo di domanda è?!? Poi chiamò la polizia ed in poco tempo vidi le luci blu lampeggiare intorno ed uno dei due stronzi col berretto che mi diceva: "Signor Molise, ultimamente preferisce molto di più dormire sul marciapiede che sul letto...". Non dissi granchè, mi limitai a fare un verso disgustoso e vomitare quel che mi rimaneva ancora dentro, i due sbirri per tutta risposta cercarono se avevo ancora le chiavi nei pantaloni, appena trovate aprirono il cancelletto e mi misero a sedere in cortile. Le luci blu andavano sparendo e la donnona dell' est rimase lì ancora un pò a guardarmi dal marciapiede mentre io cercavo di porgerle tutta la mia cortesia ergendo il mio dito medio causa di un suo gridolino e di qualche parola veloce in una lingua che non conosco. Erano le quattro del pomeriggio e mi sentivo la più grande merda del mondo, dentro casa il telefono squillava, non era sicuramente qualcuno che voleva pubblicare le mie storie.

Postato da: FrankMolise a 10:37 | link | commenti (2)

lunedì, 19 febbraio 2007
Trois

Correre senza fermarci, come se le gambe non ci appartenessero, noi eravamo più su verso quel cielo così sporco e bello che ci passava sopra, a bocca aperta per far entrare meglio le gocce che cadevano a sbatterci sulle labbra inclinate in un sorriso coraggioso e semplice. Mani raccolte a pugno a mezz' aria e poi tu che ti fermi sul lungo della Senna e mi guardi dritto e ridi, le gocce cadono ancora e ci tagliuzzano le ciglia, le dividono senza curarsene troppo, mentre ci sentiamo un pò più coscienti di noi stessi... Arriva di corsa anche François, per ultimo, ci spinge da dietro e ridiamo ancora... Sottobraccio io, te e dall' altra parte lui, tutti e tre insieme come sempre, ti teniamo su e tu che scalci con quei piedi piccoli e graziosi, ti teniamo forte come se non volessimo mai separarci da te, mai; io guardo François e capisco che siamo fottutamente belli, così come in un' istantanea di vita che si riassume nei nostri vestiti, nelle nostre barbe e nei tuoi capelli chiari e leggeri. Ti rivedo di nuovo quando giocavamo a scacchi e tu eri lì, dolcemente, come amica, madre e amante, tutto quello che sei stata per noi, a un certo punto lo sapevamo, avresti buttato re, regine e cavalli per terra e noi a guardarti mentre tu ridevi alle lacrime e ti rannicchiavi contro il muro di una sera calda di quell' aprile così giallo e forte e poi sulla Plage con la chitarra che non suonavamo mai e restava di lato, spettatrice silenziosa, mentre i tre ragazzi cercavano di trovarsi le dita tra i granelli e ci si cominciava a bruciare un pò sulle spalle. L' ultima volta, sotto St. Germain e davanti alla fermata dell' autobus, il campanile bianco, il tuo cappello e niente altro, le sole cose che mi rimangono, François troppo lontano per capire quel bacio, troppa rabbia, la stessa che avrei provato io, ma è andata così e ti abbiamo perso tutti e due, cadendo in quell' incredibile ménage che ha legato le nostre esistenze per così poco tempo, troppo per riuscire ancora ad assaporarlo...

Postato da: FrankMolise a 18:51 | link | commenti (1)

 

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